The Dark Passenger
Classifica cinefila 2011
I miei 15 film preferiti dell’anno appena passato.
Walter White ha toccato il punto di non ritorno.
Walter si è sostituito a Gus, perché ha completato la sua trasformazione, ha abbandonato gli ultimi residui di umanità per tramutarsi in un signore del crimine che ragiona con spregiudicatezza in termini di costi e ricavati, trattando la vita umana come un semplice elemento dell’equazione.
L'ultimo Cronenberg non m'è garbato tanto...
«Ammetto che già prima di entrare in sala ero titubante, dopo aver letto un bel po’ di recensioni indecise, ma ero anche prontissimo e disponibile a farmi convincere da uno come Cronenberg che ci garba proprio tanto, anche nelle ultime prove (apparentemente) più normalizzate. A dangerous method, però, si è rivelato un film irrisolto, minore, impreciso. Una camicia con troppo amido, quasi un camice di forza. Sarà anche per questo che scrivo la recensione a una settimana dalla visione».
continua…
Non si può pretendere di diventare protagonisti nella vita di qualcun altro se non lo si è prima nella propria.
(via clairefisher)
mi dispiace che clarence clemons sia morto perché, d’ora in poi, sarà un mondo senza di lui. […]
la nostra vita è fatta di cose e di persone, che spesso non conosciamo, e che esercitano un’influenza decisiva sulle nostre scelte e sulle nostre azioni. libri, musica, film. ci sono cose e persone, e tra le cose ci sono le parole, i suoni, i rumori e la musica, e tra le persone ci sono quelli che la musica la fanno.
Un semplice consiglio su come proseguire la scrittura di un romanzo o di un racconto.
La scrittura di un romanzo o di un racconto richiede prima di tutto costanza. Lo so perché è da tempo che ho iniziato a scrivere qualcosa che è fermo da non so più quanti mesi.
La costanza che metto nel blog è ben diversa da quella che metto nei miei scritti, semplicemente perché so che qualcuno, il giorno dopo, mi leggerà. I miei post sono sempre sotto gli occhi dei lettori, e possono essere giudicati e commentati in qualunque momento. Così li penso, li ripenso, li edito e li riedito (e non è mai abbastanza) e se qualcuno trova un piccolo errore (perché sì, può capitare sempre e a chiunque), vado a rileggermi l’intera grammatica italiana.
Con i racconti questo non avviene. I miei fogli sono ben nascosti in un file che spesso neanch’io trovo, e li lascio fermentare fino a dimenticarli. Ho una bella collezione di incipit e di idee, ma non riesco mai a portare a termine un lavoro.
Così ho capito che l’unico modo per proseguire è aprire un account su qualche piattaforma di blogging dove si ha la sensazione di scrivere per qualcuno ma, allo stesso tempo, si possono tenere privati i propri post.
A che mi servirà?
A mantenere un impegno con me stessa avendo l’impressione di doverlo mantenere con i miei inesistenti lettori, che forse, un giorno o l’altro, diventeranno reali.
La verità è che, senza bisogno di consultarci, abbiamo deciso di andar via tutt’e tre verso il primo novembre, Rambo, Remigio e io. Uno ha trovato una stanza in paese, la sta svuotando dai vecchi mobili per metterci dentro una stufa, una branda e un tavolo; uno si sposta nella casa d’inverno, anche se è l’ultimo che passerà lì; l’altro torna in città, dove guarderà le montagne dal finestrino, facendo la coda in macchina sul ponte della Ghisolfa, e la mattina saprà se in giardino ha nevicato o no. Vorrei vedere un cervo prima di andare via. Durante la settimana, al tramonto, l’ultima curva della strada è un ritrovo di cacciatori: i cervi escono a quell’ora e brucano al margine dei pascoli, dove l’erba è più ricca che in mezzo al bosco. Per sei giorni i cacciatori li tengono d’occhio con il binocolo, ne memorizzano movimenti e orari. I cervi non sanno che il settimo sarà fatale, dovrebbero starsene nascosti la domenica, santificare le feste.
Lassù ormai è difficile andare, di mattina la montagna è coperta da una crosta di ghiaccio. Io approfitto di un pomeriggio di sole, parto subito dopo pranzo, so di avere cinque o sei ore prima del buio. Poi è come registrare un nastro da portarsi via. Salire fino al colle e scoprire ancora, dopo tanti mesi, un versante sconosciuto, percorrere un sentiero mai preso. Scendere dall’altra parte fino a una conca in ombra. Spiare dalla finestra dentro un alpeggio chiuso: il tavolo, le sedie, i barattoli allineati sul piano della cucina, i piatti impilati, le lattine delle conserve, come se qualcuno fosse appena partito e avesse riordinato prima di uscire. Ignorare il sentiero che scende a valle e scegliere una linea logica, bella per chi coglie la bellezza di salire tra i salti di roccia e il bosco fitto, e attraversare in alto, dove passano i camosci. Trovarne le tracce, fidarsi del loro senso d’orientamento. Superare le tane deserte, i tronchi spezzati, i larici in fiamme, attraversare una lunga pietraia facendosi strada tra i rododendri spogli. Raccogliere due pigne di cembro da mettere nella grappa. Assaggiare i mirtilli d’ottobre, le piante ormai senza foglie ma ancora cariche di bacche, ghiacciate dal gelo notturno, avvizzite, scure, dolci come uva passa.
La facevo anche da bambino questa cosa, un ultimo giro per salutare i sassi e gli alberi. Scrivevo dei biglietti e li nascondevo nelle rocce spaccate, nelle fessure della corteccia. Così le mie parole sarebbero restate lì anche dopo di me: proprio come queste, gettate al vento. Poi tirava aria di neve, ed era l’ora di tornare in città. Conosco già il sogno che farò d’inverno.

