The Dark Passenger
“My life, my reading, everything about me revolves around the cinema. So for me, cinema is life, and vice-versa”.
- Sergio Leone
(via fuckyeahdirectors)
To me, Orson is so much like a destitute king. A ‘destitute’ king, not because he was thrown away from the kingdom, but because on this earth, the way the world is, there is no kingdom good enough for Orson Welles.
-Jeanne Moreau
(via oldfilmsflicker)
Pensavo di non essere tagliato per la regia. Mi mancavano il gusto della sopraffazione tirannica, la coerenza, la pignoleria, la capacità di faticare e tante altre cose, ma soprattutto l’autorità. Tutte doti assenti nel mio temperamento. Da bambino ero un tipetto chiuso, solitario, aggredibile, vulnerabilissimo fino allo svenimento. E sono rimasto, checché ne pensi la gente, molto timido. Tutto questo come si poteva combinare con gli stivali, il megafono, l’urlata, le armi tradizionali del cinema? La regia di un film è sempre il comando sulla ciurma di Cristoforo Colombo che vuol tornare indietro.
I thought I was not cut out to be a director. I missed the taste for tyrannical domination, the coherence, the fussiness, the ability to work hard and so many other things, but most of all authority. All qualities absent in my temperament. As a child I was introverted, solitary, easy to attack, vulnerable. I remained, despite what people think, very shy. How could you combine all this with the boots, the megaphone, the shouting, the traditional weapons of film-making? Directing a film is like being Christopher Columbus, trying to command a crew that just wants to turn back.
Federico Fellini | January 20, 1920 — October 31, 1993
(Fonte: taniadoeslittle, via romanoff-bartons)
Il personaggio di Mitchell ha invece alcuni tratti in comune con lei. Viene da Detroit ed è di origine greca. Sembra inoltre incline a vedere le cose in termini di predestinazione. Mi domandavo se nella sua decisione di diventare scrittore abbia pesato, come per Mitchell, l’idea del fato.
Incontrai una persona una volta. Mi disse che sarei diventato romanziere. Ero ancora uno studente e avevo appena vinto un premio di scrittura. La persona, che non mi riuscì di riconoscere, apparve all’improvviso proprio per dirmi questo. Distolsi lo sguardo per un attimo e quando tornai a voltarmi nella sua direzione, la persona era svanita. Può sembrare una storia folle, e in effetti è folle. Eppure in quel momento provai la netta sensazione di avere incontrato il mio angelo custode. Probabilmente, nell’intimo volevo diventare uno scrittore, il che mi portò ad alimentare questa sensazione. Del resto, la disposizione psicologica ed emotiva verso simili fantasie è in fondo una sorta di predestinazione. Ci vollero tuttavia altri sedici anni affinché il mio primo romanzo fosse pubblicato. Alla resa dei fatti, dunque, più che di una questione di destino, si è trattato di ostinazione.
Ettore Scola a Che tempo che fa - 26 11 2011
Qui la seconda parte dell’intervista.
Martin Scorsese : In Raging Bull, I guess the boxing scenes have a lot to do with the action sequences in my mind. All this editing and all this camera movement that I’d been exposed to for the past 25 years or 30 years came into play in those sequences, and Hitchcock had a lot to do with it, there’s no doubt, particularly in designing the scene where Sugar Ray Robinson, in the third bout that they have, when La Motta’s on the ropes, looks up at him, and Sugar Ray comes in for the kill. And there’s a kind of edited sequence of punishment that this character’s taking. I based it on, shot by shot, the shower scene of Psycho. And so I designed it correspondingly, in a way. The glove corresponds to a knife. And so, we shot it that way.
(Fonte: lawyerupasshole, via oldfilmsflicker)
“E’ stata un’altra di quelle situazioni strane in cui tutti vogliono farlo, vogliono farlo, vogliono farlo… e alla fine lo danno da fare a me. Devo dire che forse si è trattato del primo progetto in cui mi sono lasciato coinvolgere che è stato, non voglio dire un errore, ma quantomeno un progetto pieno di pericoli, anche perché era basato su un film che mi era piaciuto molto da bambino. E poi è un classico. E sai qual è la prima regola generale? Non fare mai il remake di un classico. Se proprio devi fare un remake, scegli un brutto film, così riuscirai a farlo migliore. Alla stesso tempo l’argomento mi affascinava e al contempo c’era quella strana e perversa sensazione che a volte mi capita di provare, ossia di voler fare qualcosa che probabilmente non dovrei fare. Non posso farci nulla, è un lato della mia personalità… (…) Quel che mi stimolava era la semplicità dell’idea, il fatto che tutto fosse a rovescio. (…) A ripensarci credo che fossi più eccitato dall’idea del film che del film stesso. A essere sincero, se dovessi rifarlo, credo che lo rifarei in una maniera completamente diversa. Se qualcuno fosse venuto a dirmi: ‘Vuoi fare una nuova versione del Pianeta delle Scimmie?’ e se avessi avuto la possibilità di lavorarci da zero, credo che sarebbe stato un film completamente diverso, con personaggi completamente diversi. Credo, anche se non ne sono sicuro. (…) Questo è ciò che mi piaceva di più, il fatto che il gioco degli opposti si manifesta a diversi livelli. Anche se devo dire che non rivedo il film da un po’. In genere ci metto qualche anno a digerire un film e col Pianeta delle Scimmie non ci sono ancora riuscito. Ci sto mettendo più del solito, perché è ancora una ferita aperta. (…) Sono sicuro che in capo a un paio d’anni ci troverò dentro alcune di quelle cose a cui sono affezionato e che mi piacciono. Ricordo che emotivamente è stata un’esperienza forte, paragonabile a quello che ho provato in tutti gli altri film che ho fatto”.
Burton ricorda anche quando Michael Clarke Duncan si fece male cadendo mentre correva:
“Correre con un costume da scimmione, essendo anche grande e grosso… Avrei voluto esserci quando lo portarono all’ospedale col suo trucco ancora addosso. Sarebbe stata la scena più bella del film. Avremmo dovuto andare lì e girarla”.